Non c’è un momento in cui cominci a essere questo silenzio, può esserci però un momento in cui ne diventi consapevole. E poi probabilmente di nuovo sarai catturato dal gioco della mente, per un po’, e nel soffrire quell’attaccamento lo lascerai andare, nello stesso modo in cui un bambino impara a non toccare il fuoco ritirando il dito dopo che si è scottato.

E’ come il gioco della falena con la luce: sei attratto dalla tua stessa luce, dalla luce del Sé. Ma quella luce del Sé è morte certa per ciò che immagini di essere. Ed è questo il conflitto, è questo il dilemma del me. Ciò che desideri di più è ciò che temi di più.

In quel conflitto il senso di separazione si consuma, la frustrazione di questo conflitto è il carburante che consuma il senso di separazione. Quella frustrazione è il modo attraverso cui la coscienza stessa dissolve quel me. In genere fuggiamo dalla frustrazione, anzi la cosa più curiosa se vuoi è che molta della nostra vita spirituale consiste nel trovare modi, strade, o persone che ci portino via da quella frustrazione. Perché  vogliamo stare bene, e naturalmente non c’è niente di male nel desiderare pace o benessere. Ma a meno che tu non sia in una posizione in cui sei in grado di testimoniare questo benessere, senza attaccarti a questo benessere, lo rincorrerai e quindi soffrirai.

In effetti il Buddha stesso ha detto: persino la tua felicità è sofferenza. Quindi, paradossalmente,  molta della spiritualità, molta della ricerca spirituale, è un rincorrere un benessere, una ricerca di un positivo fuggendo da un negativo.

Mentre invece una vera vita spirituale ti immerge in una profonda verità di ciò che sei: ti permette di testimoniare sia quell’ombra, che quella luce e di vedere che entrambe queste parti sono il modo in cui il divino stesso si esprime e parla a se stesso.

Questo distacco di cui sto parlando è un distacco che è possibile attraverso l’attraversare la paura della perdita, il desiderio dell’attaccamento, il tormento di perdersi dopo che ci si è trovati. E alla fine una resa. La resa di tutti quei tentativi che abbiamo messo in essere per cercare di stare bene e finalmente accogliere ciò che è, qualunque cosa
questo sia: piacere, dolore, perdita, vittoria, sconfitta, delusione, entusiasmo, c’è un sottile profumo di gioia che accoglie ogni cosa.

Ciò che chiamiamo le difficoltà della nostra vita, ciò che chiamiamo le cose che ci mettono in crisi nella nostra vita, sono i modi attraverso i quali impariamo a lasciar andare certe cose. E ciò che chiamiamo crisi nella nostra vita, o difficoltà, è il modo in cui la coscienza sta imparando qualcosa su se stessa.

In questo senso è già tutto perfetto, non nel modo in cui la mente immagina che sia perfezione, la mente immagina che la perfezione nasca da un’operazione di intervento di ciò che va male verso un positivo, perché la mente è fatta di questa polarità, positivo-negativo. La mente conosce solo questa polarità perché la mente è fatta di dualità. La vita è dualità, e andare oltre questa oltre questa dualità, nella non dualità dell’essere significa uscire dal gioco del dualismo, cioè dell’identificazione con la dualità.

Dunque non pretendere che la mente smetta di avere preferenze perché la mente è fatta di dualità, non smetterà di preferire, ma poi riposare in uno spazio che testimonia la mente e che non è in conflitto con la mente.

Allora riposi nella non dualità e da lì la mente prosegue, ma a quel punto obbedisce a ciò che la precede, mentre prima di quel momento tu ti identificherai con quel movimento mentale credendo di essere il protagonista delle sue storie, e quindi sarà la mente a governarti, non tu ad essere maestro di ciò che accade.

Questo è il significato del diventare maestri di noi stessi. Riposare in quello spazio in cui siamo veramente, semplicemente il testimone di ciò che accade e al contempo in quella testimonianza ne siamo il creatore. Dunque in questa riscoperta non guadagni niente ne perdi qualcosa. L’unica cosa che perdi in un certo senso è un’idea, l’idea di essere al centro di quelle storie mentali. L’idea di dover risolvere quelle storie mentali per poter stare in pace. L’idea di dover conquistare qualcosa per poter stare in pace.  E’ un semplice riconoscimento di ciò che è già presente, di ciò che sei.

Shakti Caterina Maggi